sabato 11 aprile 2015

venerdì 2 marzo 2012

Il PD al governo! solo così!

Il vocabolario sbaglia?
Giovedì, 1 marzo 2012 si é appreso, durante la trasmissione di Santoro "Servizio pubblico", che la DEMOCRAZIA é quando pochi decidono e gli altri devono accettare le decisioni (senza salire sui tralicci inseguiti da un poliziotto).
Grazie, oN. Bersani di averci illuminato!
Dopodiche, Io e altri, speriamo, che molti altri si accorgano della mancanza di differenze tra, non solo il suo partito e il suo diretto antagonista, ma , anche tra lei e il miliardario rovina-Stato.
Siete differenti come l'originale (lui) e la fotocopia.
Se lo lasci dire, giovedì ha fatto una gran bella figura di merda, complimenti!; Sia, per l'incazzatura ipocrita con Travaglio (non ha fatto altro che comunicare i fatti nudi e crudi), sia, per la difesa incondizionata della FIAT (o meglio di marchionne, il quale ha ricattato i lavoratori).
Per un lavoratore intelligente, informato,democratico e Patriota, é incomprensibile che un non contribuente Italiano ricatta la Nazione per avere un pretesto (creato da Lui stesso) secessionista.
Caro Bersani, non basta chiamarsi P. Democratico per esserlo veramente (intendo Democratico non Partito , ovviamente)
Per finire, grazie Bersani D'alema e Veltroni; non riuscite ad andare d'accordo tra Voi, figuriamoci se potete governare una Nazione.
Ad ogni modo, potete sempre trasferirvi in Russia, probabilmente Putin vi trova un collocamento adeguato.
(chiedete le referenze a Berluskaz).
Portatevi qualche vostro amico Leghista.
Toglietevi di mezzo! cazzo!

sabato 7 gennaio 2012

Divisioni a sinistra, parliamone

Andare al governo o cambiare il mondo senza prendere il potere? Stare dentro o lontani dai partiti di centrosinistra? Essere per lo sviluppo o contro? Discutiamo di tattiche, a breve e lungo termine
Sotto tutti i punti di vista, il 2011 è stato un buon anno per la sinistra mondiale - qualunque sia la definizione, ristretta o ampia, che viene data di sinistra mondiale. La ragione di fondo dipende dalle condizioni economiche negative di cui soffre gran parte del mondo. La disoccupazione è alta e sta aumentando. Molti governi hanno dovuto far fronte alla sfida di alti debiti e entrate in diminuzione. La risposta è stata di cercare di imporre alle popolazioni delle misure di austerità, mentre contemporaneamente hanno cercato di proteggere le banche.
Il risultato è stata una rivolta mondiale di coloro che il movimento Occupy Wall Street (Ows) ha chiamato «il 99%». La rivolta si è focalizzata contro l'eccessiva polarizzazione della ricchezza, contro i governi corrotti e la natura essenzialmente non democratica di questi governi, che siano o no basati su un sistema multipartito.
Questo non vuol dire che Ows, le primavere arabe o gli indignados abbiamo realizzato tutto quello che auspicavano. Ma significa che sono riusciti a cambiare il discorso dominante a livello mondiale, spostandolo dai mantra ideologici del neoliberismo verso temi come l'ineguaglianza, l'ingiustizia e la decolonizzazione. Per la prima volta da molto tempo, la gente normale ha discusso sulla vera natura del sistema in cui vive; non lo prendono più come una fatalità.
Adesso per la sinistra mondiale la questione è come andare più avanti e trasformare questo successo iniziale a livello del discorso in una trasformazione politica. Il problema può essere posto in termini abbastanza semplici. Benché dal punto di vista economico persista una chiara e crescente distanza tra un piccolosissimo gruppo (l'1%) e uno molto più grande (il 99%), non ne discende che questa sia la divisione politica esistente. A livello mondiale, le forze di centrodestra dominano ancora circa la metà della popolazione del mondo, o almeno di coloro che in qualche modo sono politicamente attivi. Quindi, per trasformare il mondo, la sinistra mondiale avrà bisogno di un grado di unità politica che ancora non possiede. In effetti, ci sono profonde distorsioni tra gli obiettivi di lungo periodo e le tattiche di breve periodo. Certo, questi problemi sono stati dibattuti. Sono stati dibattuti addirittura animatamente, ma sono stati fatti pochi passi avanti per superare le divisioni.
Queste divisioni non sono nuove. E questo non le rende certo più facili da risolvere. Due dominano. La prima ha a che vedere con le elezioni. Non ci sono solo due, ma tre posizioni diverse relative alle elezioni. Esiste un gruppo profondamente sospettoso delle elezioni, che sostiene che parteciparvi sia non soltanto inefficace ma rafforzi la legittimità del sistema mondiale esistente. Gli altri pensano che partecipare al processo elettorale sia cruciale. Ma questo gruppo è spaccato in due. Da un lato, ci sono coloro che vogliono essere pragmatici. Vogliono lavorare dall'interno - all'interno dei grandi partiti di centrosinistra quando esiste un sistema multipartitico funzionante, o all'interno del sistema de facto a partito unico, quando l'alternanza parlamentanre non è permessa.
E naturalmente ci sono coloro che criticano la politica della scelta del meno peggio. Insistono sul fatto che non c'è una differenza significativa tra i principali partiti che rappresentano l'alternativa e invitano a votare per partiti «genuinamente» di sinistra.
Siamo tutti implicati in questo dibattito e abbiamo ascoltato le diverse argomentazioni mille volte. Comunque, è chiaro, almeno per me, che se questi tre gruppi non troveranno un punto di intesa sulle tattiche elettorali, la sinistra mondiale avrà poche speranze di vincere, sia nel breve che nel lungo periodo.
Credo che esista una strada per la riconciliazione. Bisogna partire dalla distinzione tra le tattiche di breve periodo e la strategia di lungo termine. Sono assolutamente d'accordo con coloro che sostengono che sia irrilevante conquistare il potere statale e che possa persino mettere in pericolo la possibilità di trasformazioni di lungo periodo del sistema mondiale. Questa strategia di trasformazione è già stata tentata varie volte ma non ha mai avuto successo.
Ma da ciò non consegue che la partecipazione elettorale a breve sia una perdita di tempo. Nei fatti, un'ampia parte del 99% soffre pesantemente in una prospettiva a breve. Ed è proprio questa sofferenza nell'immediato che li preoccupa principalmente. Cercano di sopravvivere e di aiutare famiglia e amici a sopravvivere. Se consideriamo i governi non come agenti potenziali di trasformazione sociale ma come strutture che possono incidere sulle sofferenze di breve periodo attraverso decisioni politiche immediate, allora la sinistra mondiale è obbligata a fare quello che può per ottenere dai governi delle decisioni che minimizzino la sofferenza.
Lavorare per minimizzare le sofferenze richiede la partecipazione alle elezioni. Quale è il dibattito tra i fautori del male minore e chi propone di appoggiare i veri partiti di sinistra? Questo dipende da scelte di tattica locale, che variano enormemente a seconda di vari fattori: estensione del paese, struttura politica formale, situazione demografica, posizione geopolitica, storia politica. Non esiste una risposta standard, non può esistere. E la risposta che potrà essere data nel 2012 magari non varrà più nel 2014 o nel 2016. Secondo me, non si tratta di una discussione di principio, ma piuttosto di una situazione di tattica evolutiva in ogni paese.
Il secondo dibattito di fondo che sfinisce la sinistra mondiale è tra ciò che definisco «sviluppismo» e ciò che potremmo chiamare la priorità attribuita a un cambiamento di civiltà. Questo dibattito ha luogo in varie parti del mondo. Esiste in America latina negli abbastanza tesi dibattiti in corso tra i governi di sinistra e i movimenti indigeni - per esempio in Bolivia, Ecuador o Venezuela. Esiste in America del nord e in Europa nei dibattiti tra gli ambientalisti/Verdi e i sindacati che danno la priorità alla conservazione e all'aumento dell'occupazione disponibile.
Da un lato l'opzione «sviluppista», quando è proposta da governi di sinistra o dai sindacati, difende il fatto che senza la crescita non c'è modo di correggere gli squilibri economici del mondo attuale, sia nel caso di polarizzazione all'interno di singoli paesi che tra paesi diversi. Questo gruppo accusa gli avversari di sostenere, almeno oggettivamente e a volte soggettivamente, gli interessi delle forze di destra.
I fautori dell'opzione anti-sviluppista sostengono che concentrarsi sulla priorità della crescita economica sia doppiamente errato. Si tratta di una politica che non fa che confermare le caratteristicge del sistema capitalistico. Ed è una politica che produce danni irreparabili - sia dal punto vista ecologico che sociale. Questa divisione è persino più appassionante, se possibile, di quella relativa alla partecipazione alle elezioni. L'unica soluzione per risolverla è un compromesso, da realizzarsi caso per caso. Affinché il compromesso sia possibile, entrambi i gruppi devono accettare la buona fede delle credenziali di sinistra dell'altro. Non sarà facile.
Queste divisioni a sinistra potranno venire superate nei prossimi cinque-dieci anni? Non ne sono sicuro. Ma se non ci riusciranno, non credo che la sinistra mondiale possa vincere la battaglia dei prossimi venti-quarant'anni, che sarà su quale tipo di sistema sostituirà il capitalismo quando questo crollerà definitivamente.


Fonte: IMMANUEL WALLERSTEIN - il Manifesto | 07 Gennaio 2012

venerdì 11 novembre 2011

LA MALATTIA DIVENTA CURA?

Si cammina,si lavora, ci s'incazza, perché non è passata bene la giornata.
Poi, informandoti in rete, ti accorgi che non c'é più un cazzaro al capo del Governo, ma, c'è
MARIO MONTI!





Debutto a palazzo Madama per Mario Monti, detto SuperMario, come l'idraulico dalla tuta rossoblu, il personaggio della Nintendo , l'azienda giapponese che proprio Monti ha combattuto severamente

Il suo nome non trova quasi opposizione né a destra né a sinistra, fatto indisponente in un paese in cui non è stata nemmeno l'opposizione ad aprirgli la strada. Mario Monti esordisce oggi in senato, per poi trasferirsi presto a palazzo Chigi, dove porterà con sé una valigia dal doppio fondo. La sua storia, a 68 anni, è lineare e binaria: interprete integerrimo delle regole di mercato, liberista perfetto come International Adviser della Goldman Sachs e come presidente della filiale europea della Trilateral Commission. Due istituzioni che non sono circoli di golf.
Di Super Mario, così battezzato dalla stampa straniera all'inizio del millennio per il suo operato da commissario europeo all'antitrust tra il 1994 e il 2004, non ha i baffi come l'omonimo eroe della Nintendo, ma nessuno lo ha mai visto comunque sorridere. Ha fatto però piangere i giapponesi del Game Boy, quando ha aperto una procedura nei loro confronti, con l'accusa di mantenere i prezzi delle console «artificialmente alti» in Europa. A Bruxelles, ha fatto piangere in realtà un po' tutti, senza guardare in faccia nessuno. Oltre a Super Mario con i baffi, ha bloccato una fusione euro-americana tra General Electric e Honeywell e messo sotto la Microsoft con una mega multa per «abuso di posizione dominante». L'occasione ci è propizia per ricordare al candidato presidente del consiglio che, posata la valigia a palazzo Chigi, farebbe bene a rispolverare subito un po' di quella severa pratica antitrust: se Silvio Berlusconi lascia, il conflitto di interesse rimane.
Ma di questi tempi in cui tutti gli europei che contano odiano l'Italia perché stiamo minacciando la loro stabilità a suon di spread, va soprattutto ricordata la faccia feroce di Super Mario senza baffi all'allora cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. In un ristorante fuori Bruxelles, lontano da occhi indiscreti e affiancato dal presidente della Commissione Romano Prodi e da altri commissari, Monti disse a Berlino che nemmeno i tedeschi potevano fare come gli pareva. Il giorno seguente avrebbe liberalizzato la distribuzione delle automobili in Europa alla faccia della Volkswagen e aperto una procedura per aiuti di stato contro le poste del governo federale. Angela Merkel stia in campana.
All'estero è rimasto una star, tanto è vero che le sue prime parole sono state riportate dal Financial Times, presente a una commemorazione a Berlino. Monti ha parlato dell'euro esattamente al contrario di Berlusconi: «Se l'Italia non avesse fatto parte dell'euro dodici anni fa, ci sarebbe più inflazione, politiche meno disciplinate e meno rispetto per le generazioni future». Sintetizzando in un «saremmo irrilevanti», Monti aggiunge quel che si vuole sentire in Europa: ciò che chiede di fare l'Unione europea, in termini di risanamento dei conti e di stimolo allo sviluppo, è «quel che dovrebbe essere chiesto a ogni paese per una maggiore crescita», e si capisce che è pronto a ridare qualche schiaffo in giro, a cominciare dai francesi.
Dietro di lui, oltre alla claque all'italiana che lo spinge al governo ( per il quale sarebbe già al lavoro da qualche mese), ha molta gente che conta. Se da presidente del consiglio sarà costretto a lasciare la presidenza della Bocconi («libera un posto di lavoro», dice un maligno ex universitario), dovrà abbandonare anche la carica di presidente della sezione europea della Trilateral, come prevede lo statuto quando un suo componente assume incarichi di governo. La Trilateral ha quasi 40 anni di vita, è stata fondata dalla famiglia Rockfeller (dalle ricchezze immense) e ha come missione (sempre da statuto) «sviluppare proposte pratiche per un'azione congiunta». Che significa? La sua influenza sulle cose del mondo (e dunque sulle nostre) è potenzialmente enorme, contando su circa 3.000 iscritti di tre continenti: soltanto banchieri, top manager, ex diplomatici, giornalisti. Di italiani, oltre a Monti e a una sfilza di uomini di finanza, ci sono il presidente della Fiat John Elkann (tra i primi a spendersi per il suo presidente trilaterale) e personaggi più discussi come il presidente di Finmeccanica, Pier Francesco Guargaglini.
Monti è attualmente anche consigliere internazionale della Goldman Sachs, la più nota dellE banche d'affari del mondo. Un posto dove le regole del mercato hanno un valore vicino allo zero, come insegna la grande crisi del 2008 e svela un'occhiata ai bilanci, con i soldi veri che si fanno ancora con i derivati. Dicono che in realtà non sia un posto così infamante, dato che del giro fanno (o fatto) parte Mario Draghi, Gianni Letta e Romano Prodi. Nell'aprile del 2010, la Sec, l'autorità statunitense che vigila sulla borsa, ha comunque incriminato la banca d'affari, accusandola di frode. Sarebbe bello che il consigliere Monti liberasse intanto un altro posto di lavoro, con la disoccupazione che c'è.


FRANCESCO PATERNÒ
11.11.2011

domenica 11 settembre 2011

Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale


L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime - il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati - privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro - che perse in breve l'85 per cento - non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5, 5 per cento.Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, "gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate". Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipolo di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattando il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. "Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord - ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l'Haiti del nord".A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo - incalzato dalla folla inferocita - si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l'ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?