Si cammina,si lavora, ci s'incazza, perché non è passata bene la giornata.
Poi, informandoti in rete, ti accorgi che non c'é più un cazzaro al capo del Governo, ma, c'è
MARIO MONTI!
Debutto a palazzo Madama per Mario Monti, detto SuperMario, come l'idraulico dalla tuta rossoblu, il personaggio della Nintendo , l'azienda giapponese che proprio Monti ha combattuto severamente
Il suo nome non trova quasi opposizione né a destra né a sinistra, fatto indisponente in un paese in cui non è stata nemmeno l'opposizione ad aprirgli la strada. Mario Monti esordisce oggi in senato, per poi trasferirsi presto a palazzo Chigi, dove porterà con sé una valigia dal doppio fondo. La sua storia, a 68 anni, è lineare e binaria: interprete integerrimo delle regole di mercato, liberista perfetto come International Adviser della Goldman Sachs e come presidente della filiale europea della Trilateral Commission. Due istituzioni che non sono circoli di golf.
Di Super Mario, così battezzato dalla stampa straniera all'inizio del millennio per il suo operato da commissario europeo all'antitrust tra il 1994 e il 2004, non ha i baffi come l'omonimo eroe della Nintendo, ma nessuno lo ha mai visto comunque sorridere. Ha fatto però piangere i giapponesi del Game Boy, quando ha aperto una procedura nei loro confronti, con l'accusa di mantenere i prezzi delle console «artificialmente alti» in Europa. A Bruxelles, ha fatto piangere in realtà un po' tutti, senza guardare in faccia nessuno. Oltre a Super Mario con i baffi, ha bloccato una fusione euro-americana tra General Electric e Honeywell e messo sotto la Microsoft con una mega multa per «abuso di posizione dominante». L'occasione ci è propizia per ricordare al candidato presidente del consiglio che, posata la valigia a palazzo Chigi, farebbe bene a rispolverare subito un po' di quella severa pratica antitrust: se Silvio Berlusconi lascia, il conflitto di interesse rimane.
Ma di questi tempi in cui tutti gli europei che contano odiano l'Italia perché stiamo minacciando la loro stabilità a suon di spread, va soprattutto ricordata la faccia feroce di Super Mario senza baffi all'allora cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. In un ristorante fuori Bruxelles, lontano da occhi indiscreti e affiancato dal presidente della Commissione Romano Prodi e da altri commissari, Monti disse a Berlino che nemmeno i tedeschi potevano fare come gli pareva. Il giorno seguente avrebbe liberalizzato la distribuzione delle automobili in Europa alla faccia della Volkswagen e aperto una procedura per aiuti di stato contro le poste del governo federale. Angela Merkel stia in campana.
All'estero è rimasto una star, tanto è vero che le sue prime parole sono state riportate dal Financial Times, presente a una commemorazione a Berlino. Monti ha parlato dell'euro esattamente al contrario di Berlusconi: «Se l'Italia non avesse fatto parte dell'euro dodici anni fa, ci sarebbe più inflazione, politiche meno disciplinate e meno rispetto per le generazioni future». Sintetizzando in un «saremmo irrilevanti», Monti aggiunge quel che si vuole sentire in Europa: ciò che chiede di fare l'Unione europea, in termini di risanamento dei conti e di stimolo allo sviluppo, è «quel che dovrebbe essere chiesto a ogni paese per una maggiore crescita», e si capisce che è pronto a ridare qualche schiaffo in giro, a cominciare dai francesi.
Dietro di lui, oltre alla claque all'italiana che lo spinge al governo ( per il quale sarebbe già al lavoro da qualche mese), ha molta gente che conta. Se da presidente del consiglio sarà costretto a lasciare la presidenza della Bocconi («libera un posto di lavoro», dice un maligno ex universitario), dovrà abbandonare anche la carica di presidente della sezione europea della Trilateral, come prevede lo statuto quando un suo componente assume incarichi di governo. La Trilateral ha quasi 40 anni di vita, è stata fondata dalla famiglia Rockfeller (dalle ricchezze immense) e ha come missione (sempre da statuto) «sviluppare proposte pratiche per un'azione congiunta». Che significa? La sua influenza sulle cose del mondo (e dunque sulle nostre) è potenzialmente enorme, contando su circa 3.000 iscritti di tre continenti: soltanto banchieri, top manager, ex diplomatici, giornalisti. Di italiani, oltre a Monti e a una sfilza di uomini di finanza, ci sono il presidente della Fiat John Elkann (tra i primi a spendersi per il suo presidente trilaterale) e personaggi più discussi come il presidente di Finmeccanica, Pier Francesco Guargaglini.
Monti è attualmente anche consigliere internazionale della Goldman Sachs, la più nota dellE banche d'affari del mondo. Un posto dove le regole del mercato hanno un valore vicino allo zero, come insegna la grande crisi del 2008 e svela un'occhiata ai bilanci, con i soldi veri che si fanno ancora con i derivati. Dicono che in realtà non sia un posto così infamante, dato che del giro fanno (o fatto) parte Mario Draghi, Gianni Letta e Romano Prodi. Nell'aprile del 2010, la Sec, l'autorità statunitense che vigila sulla borsa, ha comunque incriminato la banca d'affari, accusandola di frode. Sarebbe bello che il consigliere Monti liberasse intanto un altro posto di lavoro, con la disoccupazione che c'è.
FRANCESCO PATERNÒ
11.11.2011
venerdì 11 novembre 2011
domenica 11 settembre 2011
Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale
L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime - il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati - privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro - che perse in breve l'85 per cento - non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5, 5 per cento.Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, "gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate". Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipolo di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattando il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. "Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord - ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l'Haiti del nord".A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo - incalzato dalla folla inferocita - si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l'ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?
mercoledì 22 giugno 2011
Smaltire i pannelli fotovoltaici: è pericoloso? No, sono falsità per sostenere il nucleare.
Nonostante una campagna subdola e strisciante in TV contro il referendum sul nucleare. Per dare un’immagine rassicurante di esso, si é evitato di invitare a discuterne i tecnici più qualificati, come il fisico C. Rubbia, e hanno chiamato personaggi, anche presentabili, esperti però in campi molto differenti dalla fisica nucleare, come l’oncologo U. Veronesi: personalità di prestigio, ma non qualificati in questo campo, la cui fondazione riceve cospicue sovvenzioni da Enel – ente che spinge pesantemente per il ritorno al Nucleare. Ci sono poi personaggi, dall’etica a dir poco discutibile, disposti ad affermare le cose più incredibili. Il 23 marzo scorso l’on. G. Stracquadanio su Rainews24 sosteneva che non c’è alcuna difficoltà a smaltire le scorie nucleari perché "… sappiamo come si fa: si vetrificano e s’inertizzano. Quello che non sappiamo è invece come smaltire i pannelli solari, che rischiano di creare discariche, che inquinano anche più delle scorie nucleari!". Affermazioni completamente prive di fondamento: la vetrificazione e lo stoccaggio in bidoni, con cemento e piombo, è una soluzione temporanea che permette di manipolare le scorie in relativa sicurezza, in attesa di trovare il sito di stoccaggio adeguato (che non si trova mai). Tale innertizzazione in pochi anni perde la sua efficacia e la radiazione si libera.
È vero che molti si chiedono cosa succederà tra vent’anni, esaurito il Conto Energia, quando qualcuno non avrà più interesse a tenere l’impianto fotovoltaico. Come avverrà lo smaltimento dei pannelli? Prima considerazione: 1) perché si dovrebbe smaltire un impianto dopo 20 anni, visto che i pannelli sono garantiti per 25 anni. 2) Allo scadere degli incentivi, l’impianto continuerà a produrre chilowattora gratis. 3) Prove di laboratorio hanno già verificato che il pannello può durare fino a 80 anni, ma poiché esistono da molto meno non abbiamo il dato storico a dimostrarlo, anche se a Nord delle Alpi ci sono pannelli che lavorano ancora dopo 30 anni. Il problema potrebbe essere che nel frattempo la tecnologia ha prodotto apparecchi più efficienti e si valuta di cambiare il tipo d’impianto. In questo caso quali problemi può creare lo smaltimento? Per rispondere seriamente, bisogna considerare da cosa sono composti i pannelli fotovoltaici. Il principale composto è il silicio, elemento chimico che ci circonda quotidianamente. È il secondo elemento per abbondanza nella crosta terrestre. Si trova nella maggior parte delle rocce (quarzo, argille, graniti) ed è il componente principale di vetro (quello di bicchieri e finestre), cemento, ceramica, silicone e dei semiconduttori. È contenuto in tutti i nostri apparecchi d’uso quotidiano (orologi, computer, cellulari…) e il suo smaltimento avviene come per le schede dei computer o dei circuiti stampati. Non è tossico; è relativamente inerte, tant’è che non reagisce neppure con la maggior parte degli acidi (solo con il fluoridrico) … non è come l’eternit!
Il pannello è rivestito da una lastra di vetro temperato, che si smaltisce come il cristallo delle automobili; è rifinito dai profili metallici, quindi riciclabili. Lo strato di EVA (Etil Vinil Acetato) che lo ricopre, si smaltisce come le tovaglie impermeabili domestiche. Cavi e scatole di giunzione sono usati anche in edilizia e si smaltiscono allo stesso modo. C’è un problema solo se i pannelli contengono telloruro di cadmio, una sostanza tossica e notevolmente inquinante, quando si deve smaltire. In Germania le aziende che realizzano questo pannello s’impegnano anche al relativo smaltimento, che avverrà almeno tra 20 anni. Si può sempre scegliere di acquistare pannelli senza telloruro di cadmio.
In ogni caso, lo stesso settore fotovoltaico ha già creato dal 2007 il consorzio PV CYCLE per il riciclaggio. In Germania si sta realizzando un impianto di smaltimento, capace di recuperare il 90% dei materiali. Almeno il 70% dei produttori europei ha già aderito al consorzio, finanziandone il programma. In Italia c’è almeno una società che si occupa di ciò.
Altra considerazione: probabilmente fra qualche anno, con il progredire delle tecnologie solari, si creerà un mercato dell’usato ed i pannelli utilizzati per molti anni in Italia saranno venduti a paesi ed a mercati meno ricchi.
Infine, ho già visto, tavoli e complementi d’arredo realizzati riutilizzando le celle fotovoltaiche chiuse in lastre di vetro o policarbonato, mostrati anche per far capire che si tratta di materiali innocui … di pregevole design, io li commercializzerei!
martedì 10 maggio 2011
L'Ambiente é nelle nostre mani,
Pensiamoci
Sacchetto e sporte di plastica: 100/1000 anni
Piatti e contenitori di plastica: 10/100 anni
Pannolini usa e getta: 450 anni
Lattine di Alluminio: 20/ 100 anni
Bottiglie di plastica: 100/ 1000 anni
Gomma da masticare: 5 anni
legno verniciato: 13 anni
Sigaretta con filtro: 1 anno
Sigaretta senza filtro: 3 mesi
Pannolini biodegradabili: 1 anno
Fazzoletti di carta: 3 mesi
Cartone del latte: 3 mesi
Tovaglioli di carta: 2/4 settimane
Legno compensato: 1/3 anni
Giornale: 6 settimane
Scatole di cartone: 2 mesi
Bottiglia di vetro: Tempo indeterminato
Riviste: 4/12 mesi
Oggetti di uso quotidiano e la durata del loro ciclo di biodegradabilità fonte: Campagna informativa per la sostenibilità delle Azioni Comunità montana Valtellina di Tirano www.cmtirano.so.it
Sacchetto e sporte di plastica: 100/1000 anni
Piatti e contenitori di plastica: 10/100 anni
Pannolini usa e getta: 450 anni
Lattine di Alluminio: 20/ 100 anni
Bottiglie di plastica: 100/ 1000 anni
Gomma da masticare: 5 anni
legno verniciato: 13 anni
Sigaretta con filtro: 1 anno
Sigaretta senza filtro: 3 mesi
Pannolini biodegradabili: 1 anno
Fazzoletti di carta: 3 mesi
Cartone del latte: 3 mesi
Tovaglioli di carta: 2/4 settimane
Legno compensato: 1/3 anni
Giornale: 6 settimane
Scatole di cartone: 2 mesi
Bottiglia di vetro: Tempo indeterminato
Riviste: 4/12 mesi
Oggetti di uso quotidiano e la durata del loro ciclo di biodegradabilità fonte: Campagna informativa per la sostenibilità delle Azioni Comunità montana Valtellina di Tirano www.cmtirano.so.it
mercoledì 30 marzo 2011
Leghisti Extracomunitari in Patria!
Padania Nazione!
Urla Bossi.
Liberi, Liberi, Liberi!
Urlano in coro Maroni, Renzo Trota, Calderoli e Monica Rizzi.
Ghe semo!
Pota se!
Belin!
Ostia,Ao a et i ae ie!
Risponde il popolo Padano.
Ammesso e non concesso, che riescano a Nazionalizzare La Padania; Ci troveremmo(Io Sono di Milano) fuori dall'Europa e quindi Extracomunitari.
Urla Bossi.
Liberi, Liberi, Liberi!
Urlano in coro Maroni, Renzo Trota, Calderoli e Monica Rizzi.
Ghe semo!
Pota se!
Belin!
Ostia,Ao a et i ae ie!
Risponde il popolo Padano.
Ammesso e non concesso, che riescano a Nazionalizzare La Padania; Ci troveremmo(Io Sono di Milano) fuori dall'Europa e quindi Extracomunitari.
domenica 13 marzo 2011
La lega disintegrata dal federalismo!
Ci hanno promesso:
meno tasse e non lo hanno fatto, anzi, hanno gioito quando sono passati, con L'ennesima, FIDUCIA,al federalismo municipale.
Io non riesco ancora a capire come ci si possa fidare di questi Cialtroni che cavalcano gli umori e le paure, spesso create da loro stessi, da 25 anni.
E sì, la lega é il partito più vecchio che siede in Parlamento ed ha prodotto solo danni.
Con il vigore che assumerà il federalismo municipale, rispunteranno tasse e oneri per le famiglie e scompariranno servizi sempre più basilari.
Saranno le pedate nel culo a disintegrare la Lega.
meno tasse e non lo hanno fatto, anzi, hanno gioito quando sono passati, con L'ennesima, FIDUCIA,al federalismo municipale.
Io non riesco ancora a capire come ci si possa fidare di questi Cialtroni che cavalcano gli umori e le paure, spesso create da loro stessi, da 25 anni.
E sì, la lega é il partito più vecchio che siede in Parlamento ed ha prodotto solo danni.
Con il vigore che assumerà il federalismo municipale, rispunteranno tasse e oneri per le famiglie e scompariranno servizi sempre più basilari.
Saranno le pedate nel culo a disintegrare la Lega.
domenica 20 febbraio 2011
Abolire il 1° Maggio!
Caro calderoli,
Voglio esprimere il mio disprezzo per lei e per chi la vota.
Credo, che lei, ne abbia sparate abbastanza di cazzate.
Se vuole eliminare anche il 1° Maggio, Io la soluzione ce l'ho.
Ci troviamo dove vuole lei e ce le diamo di Santa ragione!
Sì, perché, qualcuno la deve fermare, lei e la sua squadra di trogloditi.
Quello che intendo è, che se finalmente quei 4 cazzoni con le baionette e i fucili si fanno vedere; Avranno quello che si meritano.
Per finire, siete solo dei servi, tra l'altro, anche ricattati.
sabato 5 febbraio 2011
Non abbiate paura!
I paladini della sicurezza sono all'azione da almeno 16 anni.
Chi non se ne fosse accorto, si svegli.
I garanti della sicurezza sono tra Noi;Chi ci proteggerà dai ladroni del Sud e del Nord, dagli stupratori extra o autoctoni che siano e dalla mal'amministrazione infiltrata da malavita organizzata combatte con Noi.
Sosteniamo,sino alla morte, i Magistrati impegnati nelle lotte contro ogni comportamento contrario alla Democrazia e alle Leggi Costituzionalmente valide.
Sembra chiaro ormai!
Il presidente del consiglio, eletto dalla maggioranza ha fallito.
Egli non é la soluzione.
Egli é l'assoluzione per sé stesso,qualunque cosa abbia fatto, faccia, o farà.
giovedì 3 febbraio 2011
Mubarak arrabbiato con Berlusconi
La presa veramente male, come tutto il mondo (ci stanno prendendo per i fondelli ad ogni ora) , quando ha scoperto che la nipotina dopo esser stata fermata, dalle forze dell'ordine italiane,é stata affidata a una prostituta, la quale l'ha consegnata ad una sua collega brasiliana.
Ma come? no, no, no, Silvio, non si fà così.
mercoledì 2 febbraio 2011
Il Mondo Arabo brucia
“Il mondo arabo è in fiamme”, ha detto Al Jazeera il 27 gennaio, e nella regione gli alleati occidentali “stanno rapidamente perdendo la loro influenza”.
L’onda d’urto è stata messa in moto dalla rivolta in Tunisia, che ha deposto un dittatore appoggiato dall’occidente, scatenando ripercussioni soprattutto in Egitto, dove i manifestanti hanno avuto la meglio sulla brutale polizia del dittatore.
Gli osservatori hanno paragonato gli eventi al crollo del potere russo nel 1989, ma ci sono importanti differenze.
Un aspetto cruciale è che tra le grandi potenze che appoggiano i dittatori arabi non c’è nessun Mikhail Gorbaciov. Washington e i suoi alleati, anzi, si attengono al principio in base a cui la democrazia è accettabile solo se obbedisce a obiettivi strategici ed economici: va bene in territorio nemico (fino a un certo punto), ma non a casa propria, a meno che non sia opportunamente addomesticata.
Un paragone con il 1989, però, ha una sua validità: la Romania, dove Washington ha sostenuto Nicolae Ceausescu, il più crudele dei dittatori dell’Europa dell’est, finché la sua lealtà è diventata indifendibile. A quel punto ne ha salutato la deposizione.
È un metodo standard: Ferdinand Marcos, Jean-Claude Duvalier, Chun Doo Hwan, Suharto e molti altri gangster. Potrebbe essere valido anche nel caso di Hosni Mubarak, insieme ai consueti tentativi di garantire che il prossimo regime non si allontani troppo dal sentiero autorizzato.
L’attuale speranza sembra essere il generale Omar Suleiman, il fedelissimo di Mubarak appena nominato vicepresidente dell’Egitto. Suleiman, da tempo a capo dei servizi segreti, è odito dal popolo in rivolta quasi quanto lo è lo stesso dittatore.
Pragmatismo americano
Un ritornello comune tra gli esperti è che la paura dell’islam estremista richiede una (riluttante) opposizione alla democrazia per motivi pragmatici. Se non del tutto priva di qualche merito, tale formulazione è fuorviante. La minaccia principale è sempre stata l’indipendenza. Nel mondo arabo gli Stati Uniti e i loro alleati hanno regolarmente appoggiato gli islamisti, a volte per fermare la minaccia del nazionalismo laico.
Un esempio noto è l’Arabia Saudita, il centro ideologico dell’islam estremista (e del terrorismo islamico). Un altro dei molteplici esempi è Zia ul Haq, il più brutale dei dittatori pachistani e il prediletto del presidente Reagan, che ha attuato nel suo paese un programma di islamizzazione radicale (con i fondi sauditi).
“L’argomentazione tradizionale – avanzata dentro e fuori il mondo arabo – è che va tutto bene, è tutto sotto controllo”, afferma Marwan Muasher, ex funzionario giordano e ora direttore delle ricerche sul Medio Oriente presso il Carnegie Endowment. “Con questo modo di pensare le forze consolidate sostengono che gli avversari e gli outsider che chiedono riforme ingigantiscono la situazione reale”.
Pertanto l’opinione pubblica può essere liquidata. La dottrina risale molto indietro e generalizza sempre e ovunque, anche all’interno degli Stati Uniti. Nell’eventualità di disordini potrebbero essere necessari dei cambiamenti tattici, ma sempre con un occhio alla ripresa del controllo.
Il vivace movimento democratico tunisino si oppone a “uno stato di polizia con scarsa libertà d’espressione e di associazione e gravi problemi per i diritti umani”, governato da un dittatore la cui famiglia è odiata per la sua venalità. Era questa la valutazione dell’ambasciatore americano Robert Godec in un dispaccio del luglio 2009 diffuso da Wikileaks.
Per alcuni osservatori, quindi, i documenti di Wikileaks “dovrebbero dare all’opinione pubblica americana la confortante sensazione che le autorità vigilano”: in realtà, i dispacci sono talmente favorevoli alla politica statunitense che è quasi come se sia stato lo stesso Obama a farli trapelare (o almeno così scrive Jacob Heilbrunn nel bimestrale The National Interest).
Una medaglia per Assange
“L’America dovrebbe dare una medaglia ad Assange”, scrive un titolo del Financial Times. Secondo Gideon Rachman, uno dei responsabili degli esteri, “la politica estera statunitense ne esce retta, intelligente e pragmatica”, perché “la posizione pubblica presa dagli Stati Uniti su ogni questione in genere è anche la posizione privata”.
In quest’ottica Wikileaks indebolisce i “teorici della cospirazione” che mettono in dubbio i nobili motivi regolarmente proclamati da Washington.
Il dispaccio di Godec supporta questi giudizi, almeno se non guardiamo oltre. Se invece lo facciamo, come scrive l’analista di politica estera Stephen Zunes su Foreign Policy in Focus, scopriamo, grazie alle informazioni di Godec, che Washington ha fornito dodici milioni di dollari di aiuti militari alla Tunisia. Si dà il caso che la Tunisia fosse uno dei soli cinque beneficiari stranieri: Israele (regolarmente), le due dittature mediorientali di Egitto e Giordania e infine la Colombia, che ha da tempo il peggior curriculum in materia di diritti umani e riceve il grosso degli aiuti militari americani all’emisfero.
La prova fornita da Heilbrunn è il sostegno arabo alle politiche statunitensi contro l’Iran, rivelate dai dispacci trapelati. Anche Rachman coglie questo esempio, come hanno fatto quasi tutti i mezzi d’informazione acclamando tali rivelazioni. Le reazioni dimostrano quanto sia profondo il disprezzo per la democrazia nel mondo della cultura.
Non si parla, però, di cosa pensa la popolazione, mistero facilmente risolto. In base ai sondaggi diffusi ad agosto dalla Brookings Institution, alcuni arabi concordano con Washington e con i commentatori occidentali sul fatto che l’Iran è una minaccia: il 10 per cento. La maggior parte, invece (77 e 88 per cento), considera Stati Uniti e Israele le principali minacce.
L’opinione araba è così ostile alle politiche di Washington che secondo la maggioranza (il 57 per cento) se l’Iran avesse le armi nucleari la sicurezza della regione aumenterebbe. Eppure “va tutto bene, è tutto sotto controllo” (come Marwan Muasher descrive l’illusione prevalente). I dittatori ci sostengono. I loro sudditi possono essere ignorati, a meno che non spezzino le catene e diventi necessario ritoccare la politica.
Altri dispacci trapelati sembrano appoggiare i giudizi entusiastici sulla nobiltà di Washington. A luglio del 2009 Hugo Llorens, ambasciatore statunitense in Honduras, ha informato Washington di un’indagine dell’ambasciata su “questioni legali e costituzionali riguardanti la destituzione violenta del presidente Manuel ‘Mel’ Zelaya del 28 giugno”.
L’ambasciata ha concluso che “non c’è dubbio che esercito, Corte suprema e Congresso abbiano cospirato per quello che è stato un golpe illegale e incostituzionale contro l’esecutivo”. Molto ammirevole, se non fosse che il presidente Obama ha rotto con quasi tutta l’America Latina e l’Europa appoggiando il regime golpista e ignorando le successive atrocità.
Le rivelazioni forse più importanti di Wikileaks, recensite dall’analista di politica estera Fred Branfman sul sito Truthdig, riguardano il Pakistan.
I dispacci rivelano infatti che l’ambasciata Usa sa che la guerra di Washington in Afghanistan e in Pakistan non solo accresce l’antiamericanismo dilagante, ma “rischia di destabilizzare lo stato pachistano” e addirittura di sollevare la minaccia dell’incubo supremo: che le armi nucleari possano cadere nelle mani dei terroristi islamici.
Ancora una volta le rivelazioni “dovrebbero dare all’opinione pubblica americana la confortante sensazione che le autorità vigilano” (parole di Heilbrunn), mentre Washington marcia gagliarda verso la catastrofe.
articolo di Noam Chomsky tratto da " Internazionale"

L’onda d’urto è stata messa in moto dalla rivolta in Tunisia, che ha deposto un dittatore appoggiato dall’occidente, scatenando ripercussioni soprattutto in Egitto, dove i manifestanti hanno avuto la meglio sulla brutale polizia del dittatore.
Gli osservatori hanno paragonato gli eventi al crollo del potere russo nel 1989, ma ci sono importanti differenze.
Un aspetto cruciale è che tra le grandi potenze che appoggiano i dittatori arabi non c’è nessun Mikhail Gorbaciov. Washington e i suoi alleati, anzi, si attengono al principio in base a cui la democrazia è accettabile solo se obbedisce a obiettivi strategici ed economici: va bene in territorio nemico (fino a un certo punto), ma non a casa propria, a meno che non sia opportunamente addomesticata.
Un paragone con il 1989, però, ha una sua validità: la Romania, dove Washington ha sostenuto Nicolae Ceausescu, il più crudele dei dittatori dell’Europa dell’est, finché la sua lealtà è diventata indifendibile. A quel punto ne ha salutato la deposizione.
È un metodo standard: Ferdinand Marcos, Jean-Claude Duvalier, Chun Doo Hwan, Suharto e molti altri gangster. Potrebbe essere valido anche nel caso di Hosni Mubarak, insieme ai consueti tentativi di garantire che il prossimo regime non si allontani troppo dal sentiero autorizzato.
L’attuale speranza sembra essere il generale Omar Suleiman, il fedelissimo di Mubarak appena nominato vicepresidente dell’Egitto. Suleiman, da tempo a capo dei servizi segreti, è odito dal popolo in rivolta quasi quanto lo è lo stesso dittatore.
Pragmatismo americano
Un ritornello comune tra gli esperti è che la paura dell’islam estremista richiede una (riluttante) opposizione alla democrazia per motivi pragmatici. Se non del tutto priva di qualche merito, tale formulazione è fuorviante. La minaccia principale è sempre stata l’indipendenza. Nel mondo arabo gli Stati Uniti e i loro alleati hanno regolarmente appoggiato gli islamisti, a volte per fermare la minaccia del nazionalismo laico.
Un esempio noto è l’Arabia Saudita, il centro ideologico dell’islam estremista (e del terrorismo islamico). Un altro dei molteplici esempi è Zia ul Haq, il più brutale dei dittatori pachistani e il prediletto del presidente Reagan, che ha attuato nel suo paese un programma di islamizzazione radicale (con i fondi sauditi).
“L’argomentazione tradizionale – avanzata dentro e fuori il mondo arabo – è che va tutto bene, è tutto sotto controllo”, afferma Marwan Muasher, ex funzionario giordano e ora direttore delle ricerche sul Medio Oriente presso il Carnegie Endowment. “Con questo modo di pensare le forze consolidate sostengono che gli avversari e gli outsider che chiedono riforme ingigantiscono la situazione reale”.
Pertanto l’opinione pubblica può essere liquidata. La dottrina risale molto indietro e generalizza sempre e ovunque, anche all’interno degli Stati Uniti. Nell’eventualità di disordini potrebbero essere necessari dei cambiamenti tattici, ma sempre con un occhio alla ripresa del controllo.
Il vivace movimento democratico tunisino si oppone a “uno stato di polizia con scarsa libertà d’espressione e di associazione e gravi problemi per i diritti umani”, governato da un dittatore la cui famiglia è odiata per la sua venalità. Era questa la valutazione dell’ambasciatore americano Robert Godec in un dispaccio del luglio 2009 diffuso da Wikileaks.
Per alcuni osservatori, quindi, i documenti di Wikileaks “dovrebbero dare all’opinione pubblica americana la confortante sensazione che le autorità vigilano”: in realtà, i dispacci sono talmente favorevoli alla politica statunitense che è quasi come se sia stato lo stesso Obama a farli trapelare (o almeno così scrive Jacob Heilbrunn nel bimestrale The National Interest).
Una medaglia per Assange
“L’America dovrebbe dare una medaglia ad Assange”, scrive un titolo del Financial Times. Secondo Gideon Rachman, uno dei responsabili degli esteri, “la politica estera statunitense ne esce retta, intelligente e pragmatica”, perché “la posizione pubblica presa dagli Stati Uniti su ogni questione in genere è anche la posizione privata”.
In quest’ottica Wikileaks indebolisce i “teorici della cospirazione” che mettono in dubbio i nobili motivi regolarmente proclamati da Washington.
Il dispaccio di Godec supporta questi giudizi, almeno se non guardiamo oltre. Se invece lo facciamo, come scrive l’analista di politica estera Stephen Zunes su Foreign Policy in Focus, scopriamo, grazie alle informazioni di Godec, che Washington ha fornito dodici milioni di dollari di aiuti militari alla Tunisia. Si dà il caso che la Tunisia fosse uno dei soli cinque beneficiari stranieri: Israele (regolarmente), le due dittature mediorientali di Egitto e Giordania e infine la Colombia, che ha da tempo il peggior curriculum in materia di diritti umani e riceve il grosso degli aiuti militari americani all’emisfero.
La prova fornita da Heilbrunn è il sostegno arabo alle politiche statunitensi contro l’Iran, rivelate dai dispacci trapelati. Anche Rachman coglie questo esempio, come hanno fatto quasi tutti i mezzi d’informazione acclamando tali rivelazioni. Le reazioni dimostrano quanto sia profondo il disprezzo per la democrazia nel mondo della cultura.
Non si parla, però, di cosa pensa la popolazione, mistero facilmente risolto. In base ai sondaggi diffusi ad agosto dalla Brookings Institution, alcuni arabi concordano con Washington e con i commentatori occidentali sul fatto che l’Iran è una minaccia: il 10 per cento. La maggior parte, invece (77 e 88 per cento), considera Stati Uniti e Israele le principali minacce.
L’opinione araba è così ostile alle politiche di Washington che secondo la maggioranza (il 57 per cento) se l’Iran avesse le armi nucleari la sicurezza della regione aumenterebbe. Eppure “va tutto bene, è tutto sotto controllo” (come Marwan Muasher descrive l’illusione prevalente). I dittatori ci sostengono. I loro sudditi possono essere ignorati, a meno che non spezzino le catene e diventi necessario ritoccare la politica.
Altri dispacci trapelati sembrano appoggiare i giudizi entusiastici sulla nobiltà di Washington. A luglio del 2009 Hugo Llorens, ambasciatore statunitense in Honduras, ha informato Washington di un’indagine dell’ambasciata su “questioni legali e costituzionali riguardanti la destituzione violenta del presidente Manuel ‘Mel’ Zelaya del 28 giugno”.
L’ambasciata ha concluso che “non c’è dubbio che esercito, Corte suprema e Congresso abbiano cospirato per quello che è stato un golpe illegale e incostituzionale contro l’esecutivo”. Molto ammirevole, se non fosse che il presidente Obama ha rotto con quasi tutta l’America Latina e l’Europa appoggiando il regime golpista e ignorando le successive atrocità.
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Traduzione di Stefania Di Franco
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