domenica 20 febbraio 2011

Abolire il 1° Maggio!




Caro calderoli,

Voglio esprimere il mio disprezzo per lei e per chi la vota.
Credo, che lei, ne abbia sparate abbastanza di cazzate.
Se vuole eliminare anche il 1° Maggio, Io la soluzione ce l'ho.
Ci troviamo dove vuole lei e ce le diamo di Santa ragione!
Sì, perché, qualcuno la deve fermare, lei e la sua squadra di trogloditi.
Quello che intendo è, che se finalmente quei 4 cazzoni con le baionette e i fucili si fanno vedere; Avranno quello che si meritano.
Per finire, siete solo dei servi, tra l'altro, anche ricattati.


sabato 5 febbraio 2011

Non abbiate paura!



I paladini della sicurezza sono all'azione da almeno 16 anni.
Chi non se ne fosse accorto, si svegli.
I garanti della sicurezza sono tra Noi;Chi ci proteggerà dai ladroni del Sud e del Nord, dagli stupratori extra o autoctoni che siano e dalla mal'amministrazione infiltrata da malavita organizzata combatte con Noi.
Sosteniamo,sino alla morte, i Magistrati impegnati nelle lotte contro ogni comportamento contrario alla Democrazia e alle Leggi Costituzionalmente valide.


Sembra chiaro ormai!


Il presidente del consiglio, eletto dalla maggioranza ha fallito.
Egli non é la soluzione.
Egli é l'assoluzione per sé stesso,qualunque cosa abbia fatto, faccia, o farà.


Oggi, 5 febbraio 2011, il popolo Italiano apprende che i fascisti entrano nel Governo!
Non che prima non ci fossero, ma ,questi sono quelli rimasti puri(fino a oggi).
Ad imbarazzo si aggiunge imbarazzo, ci stanno portando allo sfascio, e, se non Ci opponiamo é finita.




giovedì 3 febbraio 2011

Mubarak arrabbiato con Berlusconi


La presa veramente male, come tutto il mondo (ci stanno prendendo per i fondelli ad ogni ora) , quando ha scoperto che la nipotina dopo esser stata fermata, dalle forze dell'ordine italiane,é stata affidata a una prostituta, la quale l'ha consegnata ad una sua collega brasiliana.
Ma come? no, no, no, Silvio, non si fà così.

mercoledì 2 febbraio 2011

Il Mondo Arabo brucia

 “Il mondo arabo è in fiamme”, ha detto Al Jazeera il 27 gennaio, e nella regione gli alleati occidentali “stanno rapidamente perdendo la loro influenza”.
L’onda d’urto è stata messa in moto dalla rivolta in Tunisia, che ha deposto un dittatore appoggiato dall’occidente, scatenando ripercussioni soprattutto in Egitto, dove i manifestanti hanno avuto la meglio sulla brutale polizia del dittatore.
Gli osservatori hanno paragonato gli eventi al crollo del potere russo nel 1989, ma ci sono importanti differenze.
Un aspetto cruciale è che tra le grandi potenze che appoggiano i dittatori arabi non c’è nessun Mikhail Gorbaciov. Washington e i suoi alleati, anzi, si attengono al principio in base a cui la democrazia è accettabile solo se obbedisce a obiettivi strategici ed economici: va bene in territorio nemico (fino a un certo punto), ma non a casa propria, a meno che non sia opportunamente addomesticata.
Un paragone con il 1989, però, ha una sua validità: la Romania, dove Washington ha sostenuto Nicolae Ceausescu, il più crudele dei dittatori dell’Europa dell’est, finché la sua lealtà è diventata indifendibile. A quel punto ne ha salutato la deposizione.
È un metodo standard: Ferdinand Marcos, Jean-Claude Duvalier, Chun Doo Hwan, Suharto e molti altri gangster. Potrebbe essere valido anche nel caso di Hosni Mubarak, insieme ai consueti tentativi di garantire che il prossimo regime non si allontani troppo dal sentiero autorizzato.
L’attuale speranza sembra essere il generale Omar Suleiman, il fedelissimo di Mubarak appena nominato vicepresidente dell’Egitto. Suleiman, da tempo a capo dei servizi segreti, è odito dal popolo in rivolta quasi quanto lo è lo stesso dittatore.
Pragmatismo americano
Un ritornello comune tra gli esperti è che la paura dell’islam estremista richiede una (riluttante) opposizione alla democrazia per motivi pragmatici. Se non del tutto priva di qualche merito, tale formulazione è fuorviante. La minaccia principale è sempre stata l’indipendenza. Nel mondo arabo gli Stati Uniti e i loro alleati hanno regolarmente appoggiato gli islamisti, a volte per fermare la minaccia del nazionalismo laico.
Un esempio noto è l’Arabia Saudita, il centro ideologico dell’islam estremista (e del terrorismo islamico). Un altro dei molteplici esempi è Zia ul Haq, il più brutale dei dittatori pachistani e il prediletto del presidente Reagan, che ha attuato nel suo paese un programma di islamizzazione radicale (con i fondi sauditi).
“L’argomentazione tradizionale – avanzata dentro e fuori il mondo arabo – è che va tutto bene, è tutto sotto controllo”, afferma Marwan Muasher, ex funzionario giordano e ora direttore delle ricerche sul Medio Oriente presso il Carnegie Endowment. “Con questo modo di pensare le forze consolidate sostengono che gli avversari e gli outsider che chiedono riforme ingigantiscono la situazione reale”.
Pertanto l’opinione pubblica può essere liquidata. La dottrina risale molto indietro e generalizza sempre e ovunque, anche all’interno degli Stati Uniti. Nell’eventualità di disordini potrebbero essere necessari dei cambiamenti tattici, ma sempre con un occhio alla ripresa del controllo.
Il vivace movimento democratico tunisino si oppone a “uno stato di polizia con scarsa libertà d’espressione e di associazione e gravi problemi per i diritti umani”, governato da un dittatore la cui famiglia è odiata per la sua venalità. Era questa la valutazione dell’ambasciatore americano Robert Godec in un dispaccio del luglio 2009 diffuso da Wikileaks.
Per alcuni osservatori, quindi, i documenti di Wikileaks “dovrebbero dare all’opinione pubblica americana la confortante sensazione che le autorità vigilano”: in realtà, i dispacci sono talmente favorevoli alla politica statunitense che è quasi come se sia stato lo stesso Obama a farli trapelare (o almeno così scrive Jacob Heilbrunn nel bimestrale The National Interest).
Una medaglia per Assange
“L’America dovrebbe dare una medaglia ad Assange”, scrive un titolo del Financial Times. Secondo Gideon Rachman, uno dei responsabili degli esteri, “la politica estera statunitense ne esce retta, intelligente e pragmatica”, perché “la posizione pubblica presa dagli Stati Uniti su ogni questione in genere è anche la posizione privata”.
In quest’ottica Wikileaks indebolisce i “teorici della cospirazione” che mettono in dubbio i nobili motivi regolarmente proclamati da Washington.
Il dispaccio di Godec supporta questi giudizi, almeno se non guardiamo oltre. Se invece lo facciamo, come scrive l’analista di politica estera Stephen Zunes su Foreign Policy in Focus, scopriamo, grazie alle informazioni di Godec, che Washington ha fornito dodici milioni di dollari di aiuti militari alla Tunisia. Si dà il caso che la Tunisia fosse uno dei soli cinque beneficiari stranieri: Israele (regolarmente), le due dittature mediorientali di Egitto e Giordania e infine la Colombia, che ha da tempo il peggior curriculum in materia di diritti umani e riceve il grosso degli aiuti militari americani all’emisfero.
La prova fornita da Heilbrunn è il sostegno arabo alle politiche statunitensi contro l’Iran, rivelate dai dispacci trapelati. Anche Rachman coglie questo esempio, come hanno fatto quasi tutti i mezzi d’informazione acclamando tali rivelazioni. Le reazioni dimostrano quanto sia profondo il disprezzo per la democrazia nel mondo della cultura.
Non si parla, però, di cosa pensa la popolazione, mistero facilmente risolto. In base ai sondaggi diffusi ad agosto dalla Brookings Institution, alcuni arabi concordano con Washington e con i commentatori occidentali sul fatto che l’Iran è una minaccia: il 10 per cento. La maggior parte, invece (77 e 88 per cento), considera Stati Uniti e Israele le principali minacce.
L’opinione araba è così ostile alle politiche di Washington che secondo la maggioranza (il 57 per cento) se l’Iran avesse le armi nucleari la sicurezza della regione aumenterebbe. Eppure “va tutto bene, è tutto sotto controllo” (come Marwan Muasher descrive l’illusione prevalente). I dittatori ci sostengono. I loro sudditi possono essere ignorati, a meno che non spezzino le catene e diventi necessario ritoccare la politica.
Altri dispacci trapelati sembrano appoggiare i giudizi entusiastici sulla nobiltà di Washington. A luglio del 2009 Hugo Llorens, ambasciatore statunitense in Honduras, ha informato Washington di un’indagine dell’ambasciata su “questioni legali e costituzionali riguardanti la destituzione violenta del presidente Manuel ‘Mel’ Zelaya del 28 giugno”.
L’ambasciata ha concluso che “non c’è dubbio che esercito, Corte suprema e Congresso abbiano cospirato per quello che è stato un golpe illegale e incostituzionale contro l’esecutivo”. Molto ammirevole, se non fosse che il presidente Obama ha rotto con quasi tutta l’America Latina e l’Europa appoggiando il regime golpista e ignorando le successive atrocità.
Le rivelazioni forse più importanti di Wikileaks, recensite dall’analista di politica estera Fred Branfman sul sito Truthdig, riguardano il Pakistan.
I dispacci rivelano infatti che l’ambasciata Usa sa che la guerra di Washington in Afghanistan e in Pakistan non solo accresce l’antiamericanismo dilagante, ma “rischia di destabilizzare lo stato pachistano” e addirittura di sollevare la minaccia dell’incubo supremo: che le armi nucleari possano cadere nelle mani dei terroristi islamici.
Ancora una volta le rivelazioni “dovrebbero dare all’opinione pubblica americana la confortante sensazione che le autorità vigilano” (parole di Heilbrunn), mentre Washington marcia gagliarda verso la catastrofe.

articolo di Noam Chomsky tratto da " Internazionale"
Traduzione di Stefania Di Franco
http://www.tmcrew.org/archiviochomsky/

L'Ambiente é nelle nostre mani, Pensiamoci

Sacchetto e sporte di plastica: 100/1000 anni
Piatti e contenitori di plastica: 10/100 anni
Pannolini usa e getta: 450 anni
Lattine di Alluminio: 20/ 100 anni
Bottiglie di plastica: 100/ 1000 anni
Gomma da masticare: 5 anni 
legno verniciato: 13 anni
Sigaretta con filtro: 1 anno
Sigaretta senza filtro: 3 mesi
Pannolini biodegradabili: 1 anno 
Fazzoletti di carta: 3 mesi
Cartone del latte: 3 mesi
Tovaglioli di carta: 2/4 settimane
Legno compensato: 1/3 anni
Giornale: 6 settimane
Scatole di cartone: 2 mesi
Bottiglia di vetro: Tempo indeterminato
Riviste: 4/12 mesi

Oggetti di uso quotidiano e la durata del loro ciclo di biodegradabilità

fonte: Campagna informativa per la sostenibilità delle Azioni
Comunità montana Valtellina di Tirano
www.cmtirano.so.it